Pare che gli antichi egizi, prima di inumare un defunto, usassero aprirgli la bocca. Era un atto rituale dalla fortissima valenza simbolica. Quando ho letto di questa pratica ho subito pensato a Lero Lero.
Anche se in senso squisitamente metaforico, mi sembra che questo collettivo faccia un po’ questo: aprire la bocca degli ancestri per sentirli cantare. Potrà suonare macabro ma questo gesto è fonte di una vitalità immensa. E se ci pensi, nemmeno troppo insolito. Ad esempio quando ai giovani scrittori consigliamo di leggere i romanzi dell’800, li stiamo in effetti invitando ad aprire la bocca dei morti.
Le voci che da anni ascoltiamo a cuore aperto come se fossero quelle dei nostri nonni, ci raccontano moltissimo. Soprattutto di ciò che abbiamo perso, di quella che da qualche tempo a questa parte ho iniziato a chiamare “la voragine”.
Cos’è questa voragine? Semplice: è un cratere nel centro delle nostre vite. Se non conosci come cantavano i tuoi vecchi, se non sai i balli della tua zona, se non parli la tua lingua regionale, se non preghi: sei già nella voragine. Qualcuno ci è nato dentro, qualcun altro l’ha vista apparire intorno a sé mentre gli ultimi scampoli di un mondo che fu scomparivano. Molti di noi provano a riempirla con quello che adottano di altre culture, religioni, stili di vita. Come in una fantasia distopica, quasi nessuno sembra consapevole di tale mancanza.
Io ho sentito la voragine brontolare quando anni fa alcune artiste colombiane mi raccontavano della loro cultura popolare e, chiedendomi della mia, non sapevo ricambiare. Quando un chitarrista andaluso mi mostrava l’infinita varietà di ritmi flamenchi e io non sapevo nulla se non un paio di canzoni di Rosa Balistreri. Quando a Rio, alle rode di samba vedevo un popolo intorno a un tavolo che cantava e ballava felice le sue canzoni e si riconosceva in esse. Ogni volta che mi sono innamorato di un genere musicale, di un popolo, della sua lingua, ho sentito la voragine rimbombare cupa dentro di me. E la mia musica, i miei balli dove sono finiti?
I popoli che hanno questa parte della loro cultura attiva, hanno qualche motivo (ed anche qualche occasione) in più per essere felici ed orgogliosi di sé stessi. Non conoscere quella parte profonda e secolare della propria cultura non significa essere moderni ma deboli: un popolo che non balla, non canta, non conosce la sua lingua è un popolo triste.
I canti erano la colonna portante delle culture di tradizione orale, veicolavano l’identità delle persone. Non conoscerli ahimè significa non conoscere una parte fondamentale di sé.
Pasolini direbbe che siamo vittime di un genocidio culturale. Ed avrebbe ragione.
Ma succede una cosa inaspettata: quando sono sul palco e canto col collettivo Lero Lero, non mi sento più da solo dentro la voragine; ho l’impressione che stiamo iniziando ad abitarla e arredarla a modo nostro. E sento che tutte le persone che vengono a sentirci, siciliane o meno che siano, aprono a noi le loro voragini. Ed è incredibile come la somma di tutti questi vuoti, crei una stanza nuova, che non dà angoscia ma pienezza, presenza.
Dopo l’ultima data a Palermo, una ragazza ha scritto su instagram che alla fine del nostro concerto le sembrava che questa città fosse il luogo giusto in cui stare. Veniamo da un luogo martoriato dall’emigrazione, qualcuno ultimamente inizia a parlare persino di diaspora siciliana. Per questo leggendo quelle parole ho sentito un brivido percorrermi.
Per quanto mi riguarda, so che potrei non vedere nell’arco della mia vita il mio popolo che balla di nuovo la sua cultura, la musica che ritorna per strada, i giovani che cantano alla carrettiera. Ma se un giorno dovesse accadere, so che una piccola parte di merito sarà anche di questo grande sogno chiamato Lero Lero.
* Lero Lero è un collettivo di musicisti – di cui faccio parte – che si occupa di riattivare in modo anti-museale ed anti-folkloristico quella musica di tradizione orale che in Sicilia è stata tragicamente rimossa. Dopo quasi quattro anni di ricerca il nostro primo album è uscito il 3 aprile 2026.